https://comunicareblog.wordpress.com/2017/01/13/adriana-ferri-il-mestiere-di-viverel-arte/

 Intervista di Rossella Oricchio


Adriana Ferri


Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte (Gustave Flaubert).
Se poi sono le donne a parlare, fare, amare e vivere di arte, il cerchio si chiude. Vuoi perché è a tutti nota la sensibilità femminile, vuoi perché le donne, attraverso l’arte, riescono davvero a liberarsi, ad esprimersi, ad amare e ad indurre il prossimo ad amare la vita. Le donne riescono particolarmente ad immergere le loro radici nella profondità dell’anima, riescono a scavarsi dentro, a voler trovare l’acqua nel deserto, riescono a non arrendersi, riescono a voler conoscersi e riconoscersi. Ci sono donne che salvano e si salvano perché vogliono vedere il bello e il buono dell’esistenza, pur travalicando margini, abissi e ostacoli di ogni genere. Ci sono donne che si affidano all’ arte, come se si affidassero a Dio, e si salvano e salvano. Abbiamo incontrato Adriana Ferri, artista nonché avvocato. Il suo è un piano di lettura talvolta evanescente e talvolta acceso solo perché la realtà delle cose è troppo forte, troppo intensa, troppo estesa. Pennellate delicate, paesaggi e persone che sembrano tenersi a distanza per gentilezza, per rispetto degli altrui pensieri, forme e congetture. Un inno alla libertà ma una libertà non eccessiva, una libertà d’espressione che tende al confronto e al dialogo e, per questo, sembra rimanere nei ranghi, nei recinti dell’arte. Per paura che qualcosa scappi e non torni più. Uno sguardo incantato e disincantato al cielo. Uno starsene fermi, distaccati, come macchie di colore su tela che non vogliono imprigionarsi al quadro, ma che lo vogliono sciogliere a diversi messaggi ed interpretazioni. Ed ecco che i dipinti della Ferri sembrano gocce di colore che si sciolgono sui vetri della finestra dell’anima quando piove o alle prime luci dell’ alba. La sua tensione artistica diventa subito distensione. Il pathos è solo suo, non trapela nelle opere più di tanto, poiché è già avvenuto, sofferto nel suo io pensante. Adriana Ferri sembra assolvere tutti nel suo sguardo pittorico tra realismo e fantasia: aspira ad un gesto artistico che, pur nella sua valenza e complessità, non sia una interrogazione, ma una precipua interpretazione, una riflessione, un’ emozione e non un conflitto da portarsi dietro nella fiaba del tempo. Ecco perché piace. Perché oltre a saper essere morbidamente coinvolgente, è serenamente determinata, realisticamente poetica. Se si può azzardare un ossimoro: la si potrebbe definire silenziosamente assordante. Questo perché, come già detto, riesce a volare sulle ali della realtà e della fantasia, presto distaccandosi da entrambe e restando in contemplazione e in contatto con se stessa. Adriana Ferri ha origini calabresi, è nata a Gizzeria, in provincia di Catanzaro, nel bel golfo di Sant’ Eufemia. È, poi, vissuta in Irpinia per diversi anni, per trasferirsi in ultimo a Salerno. Ha cinquantasei anni ben portati. Un magma artistico affiorato sin da ragazzina ma represso a lungo, ha poi rotto gli argini e, inconsciamente o con il senno di poi, l’ ha travolta fino a trasportarla in una dimensione unica della quale non riesce più a fare a meno. La sua pittura, in costante crescita espressiva, spazia dal ritratto al paesaggio. Dai suoi dipinti emerge un equilibrio tra razionalità ed irrazionalità, come in un contenitore interiore di pragmaticità e spiritualità. Le sue opere, talvolta brillanti ed incisive, talvolta lievi, restando il più delle volte vicine alla realtà tendono a mostrarne un volto scomodo, un percorso oscuro che non di frequente ci si sofferma a rappresentare, ossia quei meandri della politica e del potere che diventa manipolazione umana e corruzione, volta agli interessi personali più che a quelli del cittadino. L’essere umano si imbruttisce, si ingrigisce, si scolora e diventa un automa seguendo le leggi di un sistema che finisce per imprigionarlo.
L'indifferenza
Persino la cultura non è in grado di risollevare le sorti dell’ uomo e, relegata ad un diversivo qualunque, non assurge al suo valore primordiale, con il risultato di un declino morale e civile della nostra società. Il suo, anche se talvolta di denuncia, è un atteggiamento positivo nei confronti della vita, un voler sollevare il velo sulle brutture proprio affinchè possa trionfare il bello e la gioia di vivere. Attaccata alla terra, ha lampi di cielo, di gioia e di voglia di vivere che tramette dal suo magma creativo. Il suo fare arte, oltre ad elargire spunti di riflessione, ha precisi spunti realistici e fantastici che si sfumano nell’ incanto dell’ equilibrio che va dalla testa al cuore, come la stessa ammette, raccontandosi con entusiasmo ed energia positiva che contraddistinguono le sue note caratteriali. “Il mestiere di vivere” di pavesiana memoria potrebbe diventare il mestiere di vivere…l’arte. La vita è complessa e l’ arte, attraverso messaggi e spunti di riflessione, ha il suo potere salvifico e catartico. L’ universo femminile è un tema privilegiato e l’ artista Ferri sa cogliere le pieghe talora misteriose, malinconiche, assorte, di quella che è la complessa emotività femminile, un vivere, un relazionarsi dell’ essere donna e dell’essere donna oggi. L’artista Adriana Ferri, avvocato di professione, riesce anche a saper dividere le due anime, la sua essenza più pratica, dettata dal lavoro di avvocato, e l’essenza che parte dal suo profondo e dal suo io interiore. Si definisce una persona disponibile, caparbia, diretta. Intanto in sei anni di prolifica attività artistica, numerose sono state le sue mostre sul territorio campano, nazionale ed internazionale. Ricordiamo le due più recenti: “Dipingere la luce” e “Vivi l’ arte”. Entrambe hanno riscosso un buon successo di pubblico. E anche l’approdo alla scultura in ceramica ha avuto riscontri gratificanti. Adriana Ferri ha la verve di una ragazza nel raccontarsi e a piacere è proprio questa sua luce negli occhi, questa freschezza che emana, questo suo essere donna vera, senza maschere.
Come è stata la sua vita finora?
-Sorride di un sorriso dolce e irresistibile nello stesso tempo-.
La mia vita è stata molto semplice nell’apparire e complessa nel viverla. Sembro forte e disinvolta ma mi porto dietro un bagaglio di esperienze come tutte le donne: famiglia, interessi, battaglie personali perse ma poi risolte e vinte. Del resto la vita è bella ma è anche lotta. Dalla mia, ho un grande spirito di adattamento che mi aiuta ad interagire con gli altri e a creare empatia. Per rispondere alla sua domanda, sono soddisfatta della mia vita fino ad un certo punto. Questo perché ho ancora tanta voglia di crescere e vorrei raggiungere ancora diverse mete. Ma mi creda, da quando ho iniziato ad affacciarmi al campo artistico, principalmente vorrei raggiungere traguardi dal punto di vista stilistico e concettuale.
Nella sua vita avrebbe voluto dire e fare qualcosa che non ha fatto e detto?
Non cerco di piacere a tutti i costi ma dico ciò che penso. Sì, ho sempre fatto e detto quello che volevo. E’ preferibile una verità gridata ad una grande menzogna. Credo che dire la verità o una propria opinione sia più salutare e possa aprire la porta al dialogo e ad una visione della vita più civile ed onesta.
Si ricorda il momento particolare nel quale ha iniziato ad affacciarsi al mondo dell’ arte e ad avvertirne il fuoco sacro?
Ricordo con amore e nostalgia un episodio che vedeva uniti i miei genitori nello scegliere una carta da parati per la mia cameretta: avevo circa dodici anni. Fui affascinata da quei disegni e non feci altro che dipingere con acquerelli il disegno della carta da parati su carta semplice. Combinazione volle che dopo un po’ venne a trovarci un amico di famiglia, un maestro d’arte, il quale si complimentò con mio padre e gli consigliò di iniziarmi alla carriera artistica. Ma mio padre era di tutt’ altro avviso, per me avrebbe voluto una posizione lavorativa più sicura e fu così che, tra studi vari, in ultimo gli studi alla Facoltà di Giurisprudenza, mi distolsi dall’idea di continuare… Devo dire che in un modo o nell’ altro, la vita ti porta a fare giri immensi, ma si torna sempre alla propria volontà, al proprio istinto e propensione…
A quel fuoco sacro?
Certo non si può tradire se stessi, e non è mai troppo tardi, a quanto pare, perché da sei anni a questa parte mi dedico al mondo dell’arte in maniera costante nel tempo. Mi sono ripresa quella parte di me che era rimasta sopita a lungo e che è saltata fuori all’ improvviso. A quel punto, non mi rimaneva altro che innamorarmene completamente, non trova?
Quali sentimenti ed ispirazione l’accompagnano nel suo fare arte?
Vorrei fare una premessa: le mie opere, che poi espongo nelle varie mostre, vogliono essere argomento e dialogo con il pubblico. Spesso sono denunce politiche, denuncio e sottolineo quello che non mi piace. Ad esempio, nelle opere “L’Oratoria” e “Mani-polis” miro a denunciare una politica che manipola la gente come birilli nelle loro mani. Una politica che parla per sé e non crea dialogo vero con il cittadino, un continuo bla bla che non porta a nulla, che non fa crescere, che non costruisce. Ho rappresentato un giudice con il cappello di Pinocchio, ossia una giustizia che non c’è o non è poi così giusta. Per quanto riguarda l’ispirazione, mi basta vedere una fotografia, un’immagine, che diventa subito introspettiva, il vissuto ritorna, è uno stimolo, una scusa per produrre interiormente qualcosa.
Di contro, quali sono i sentimenti buoni che la invogliano a vivere in questa vita che è diventata un po’ il “mestiere di vivere”?
Certamente i miei sentimenti buoni sono il dialogo, l’interazione, il calore umano, lo scambio culturale.
Che cosa prova prima e dopo la realizzazione di un’opera?
Credo che sia un sentimento comune a molti artisti…provo un senso di tensione all’ inizio e distensione nel momento finale, ossia quando parte quell’ energia dalla testa per arrivare, poi, dritta al cuore.
A quale opera resta più affezionata?
Sono affezionata un po’ a tutte, ma forse “L’ingombro di sé” è quella che più mi rappresenta, perché racconta il mio aspetto interiore, ridondante e ingombrante, appunto.
Come riesce a coniugare la sua professione di avvocato con l’ essere artista?
Non coniugandole. Separo le due anime, non le mescolo.
Pensa che la sofferenza sia un valore aggiunto da cui può scaturire un’ opera d’ arte? Un po’ come diceva Gibran: il dolore è il guscio che racchiude la nostra intelligenza?
Sì, credo sia così, non si può vivere senza soffrire…Io lotto dipingendo.
Come si vede tra dieci anni?
Tra pennelli, macchie di colore, su una spiaggia a dipingere…

Per info: cell: avv.ferri@hotmail.it