NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE
D’ARTE
E’ la nobiltà e la storia
dell’Arco Catalano, posto a corona del raccolto cortile interno di Palazzo
Pinto, nel cuore della città antica, nonché il silenzio delle discrete stanze
laterali ad ospitare tre artiste per una collettiva che ha la presunta (in)
certezza di dipingere la luce… riuscendoci per molti versi.
Tre artiste con tre forme d’arte,
che si offrono per un confronto non tanto tra di loro, ma con il visitatore, il
disincantato fruitore di manufatti, prodotti di tre esperienze diverse.
Donatella Blundo, Anna Rago e
Adriana Ferri, cioè un’artista di arte antica, una ceramista ed una pittrice
accomunate dall’essere donne e da quelle particolari percezioni d’arte che
spesso si ritrovano nell’animo delle donne d’arte.
Tra l’altro sulle prime due
aleggia, protettore, lo spirito tutelare del geniale Matteo Rago, essendo,
rispettivamente le due artiste, moglie e figlia del maestro d’arte che tanto ha
dato all’arte ceramica e non solo.

Ed ecco i pastori di Donatella Blundo,
mutuati dalla settecentesca bottega napoletana: pastori in ceramica, con
vestiti di stoffa, privi di inespressivi occhi di vetro, perché a quelle
statuine è Donatella a donare, ai loro occhi, la luce della meraviglia per
l’evento cui stanno assistendo. Statuine che l’artista realizza nella loro
completezza, non solo per la modellazione e la decorazione ceramica, ma anche
per i vestiti con scelta di stoffe appropriate, di oggetti tipici a corredo,
importanti nella tradizione presepiale, perché distinguono subito il
personaggio. E ci sono i tratti somatici, nostrani o levantini, le mani
scarnite di chi è aduso alla fatica, le posture dei vari personaggi, che la
Blundo imprime con antico sapere ad ognuno, sì che alla fine vi è tutta la
forza del racconto evangelico che il popolo napoletano, appropriandosene, con
fede e genialità ha dato a quel Natale unico nella storia dell’umanità. Ma
soprattutto, in ognuno di quei personaggi, evidente è una sorta di osmosi tra
l’artista e la sua creazione: ed è, per ognuno, la unicità dell’opera.

Si sospende il racconto della
tradizione e sono le sculture d’argilla di Anna Rago, rappresentazioni di
impalpabili sentimenti umani, di quei vizi e virtù per i quali non vi sono
stereotipi: ogni uomo ha il suo personale bagaglio di pregi e difetti,
strettamente personali. Anna Rago scolpisce nell’argilla la vanità e la
spiritualità l’ira e la speranza sino all’immortalità dell’anima. E non si
ferma all’esteriorità, va oltre, a catturare emozioni, doti, manie insite
nell’animo umano. Anna Rago sembra guardare all’altrui intimo per poi trarre
emozioni per il suo rappresentare in arte. E si perpetua il gesto del padre,
Matteo, che sapeva imbrigliare il vento nei capelli di una donna, posti a
corona di bellezza e levità. E alle emozioni la Rago affianca le capacità
professionali apprese alla scuola paterna, per cui non si sottrare alle
contaminazioni materiche in un’armonia di contrapposti: il bene e il male, la
forza e la saggezza, il diavolo e l’acquasanta. Alla fine è la levità della
poesia dell’anima.

Una levità presente nei dipinti
di Adriana Ferri, che riesce a raccontare il quotidiano sociale senza banalità,
senza ironia, ma con delicatezza, garbo dove le figure, quasi anonime,
d’improvviso vengono invase da uno sguardo, un nascosto sentire per altrui
speranze. E quando il rischio di una perdita di identità si palesa quasi
accattivante, tutto viene dall’artista diluito in quelle delicatezze di tratti
già care alle filiformi statuine fuse di Alberto Giacometti. Così la passeggiata
richiama “l’homme qui marche”, perché la Ferri sa cogliere la realtà nelle
essenze dei comportamenti, che trasporta su tela, di una umanità quasi automa,
uniformata a schemi correnti, generalizzati, imposti da quella sottile opera di
convinzione che arriva all’individuo nei modi più subdoli e disparati.
Tre donne, tre artiste, tre
percorsi, tre modi di guardare l’arte, di percepire il mondo circostante. Il
risultato è questa mostra in spazi di suggestioni, frutto di un lavoro senza
chiasso, realizzato con l’umile consapevolezza che l’arte è riserva di caccia
culturale per quei pochi, capaci di stare lontani dal chiasso per dedicarsi, in
silenzio, alla meditazione della creazione. Le nostre artiste hanno, per modus
vivendi, un naturale riserbo.
Vito Pinto