domenica 13 novembre 2016

"Dipingere la luce" recensione a cura di Vito Pinto



NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE D’ARTE

E’ la nobiltà e la storia dell’Arco Catalano, posto a corona del raccolto cortile interno di Palazzo Pinto, nel cuore della città antica, nonché il silenzio delle discrete stanze laterali ad ospitare tre artiste per una collettiva che ha la presunta (in) certezza di dipingere la luce… riuscendoci per molti versi.
Tre artiste con tre forme d’arte, che si offrono per un confronto non tanto tra di loro, ma con il visitatore, il disincantato fruitore di manufatti, prodotti di tre esperienze diverse.
Donatella Blundo, Anna Rago e Adriana Ferri, cioè un’artista di arte antica, una ceramista ed una pittrice accomunate dall’essere donne e da quelle particolari percezioni d’arte che spesso si ritrovano nell’animo delle donne d’arte.
Tra l’altro sulle prime due aleggia, protettore, lo spirito tutelare del geniale Matteo Rago, essendo, rispettivamente le due artiste, moglie e figlia del maestro d’arte che tanto ha dato all’arte ceramica e non solo.
Ed ecco i pastori di Donatella Blundo, mutuati dalla settecentesca bottega napoletana: pastori in ceramica, con vestiti di stoffa, privi di inespressivi occhi di vetro, perché a quelle statuine è Donatella a donare, ai loro occhi, la luce della meraviglia per l’evento cui stanno assistendo. Statuine che l’artista realizza nella loro completezza, non solo per la modellazione e la decorazione ceramica, ma anche per i vestiti con scelta di stoffe appropriate, di oggetti tipici a corredo, importanti nella tradizione presepiale, perché distinguono subito il personaggio. E ci sono i tratti somatici, nostrani o levantini, le mani scarnite di chi è aduso alla fatica, le posture dei vari personaggi, che la Blundo imprime con antico sapere ad ognuno, sì che alla fine vi è tutta la forza del racconto evangelico che il popolo napoletano, appropriandosene, con fede e genialità ha dato a quel Natale unico nella storia dell’umanità. Ma soprattutto, in ognuno di quei personaggi, evidente è una sorta di osmosi tra l’artista e la sua creazione: ed è, per ognuno, la unicità dell’opera.
Si sospende il racconto della tradizione e sono le sculture d’argilla di Anna Rago, rappresentazioni di impalpabili sentimenti umani, di quei vizi e virtù per i quali non vi sono stereotipi: ogni uomo ha il suo personale bagaglio di pregi e difetti, strettamente personali. Anna Rago scolpisce nell’argilla la vanità e la spiritualità l’ira e la speranza sino all’immortalità dell’anima. E non si ferma all’esteriorità, va oltre, a catturare emozioni, doti, manie insite nell’animo umano. Anna Rago sembra guardare all’altrui intimo per poi trarre emozioni per il suo rappresentare in arte. E si perpetua il gesto del padre, Matteo, che sapeva imbrigliare il vento nei capelli di una donna, posti a corona di bellezza e levità. E alle emozioni la Rago affianca le capacità professionali apprese alla scuola paterna, per cui non si sottrare alle contaminazioni materiche in un’armonia di contrapposti: il bene e il male, la forza e la saggezza, il diavolo e l’acquasanta. Alla fine è la levità della poesia dell’anima.
Una levità presente nei dipinti di Adriana Ferri, che riesce a raccontare il quotidiano sociale senza banalità, senza ironia, ma con delicatezza, garbo dove le figure, quasi anonime, d’improvviso vengono invase da uno sguardo, un nascosto sentire per altrui speranze. E quando il rischio di una perdita di identità si palesa quasi accattivante, tutto viene dall’artista diluito in quelle delicatezze di tratti già care alle filiformi statuine fuse di Alberto Giacometti. Così la passeggiata richiama “l’homme qui marche”, perché la Ferri sa cogliere la realtà nelle essenze dei comportamenti, che trasporta su tela, di una umanità quasi automa, uniformata a schemi correnti, generalizzati, imposti da quella sottile opera di convinzione che arriva all’individuo nei modi più subdoli e disparati.
Tre donne, tre artiste, tre percorsi, tre modi di guardare l’arte, di percepire il mondo circostante. Il risultato è questa mostra in spazi di suggestioni, frutto di un lavoro senza chiasso, realizzato con l’umile consapevolezza che l’arte è riserva di caccia culturale per quei pochi, capaci di stare lontani dal chiasso per dedicarsi, in silenzio, alla meditazione della creazione. Le nostre artiste hanno, per modus vivendi, un naturale riserbo.
Vito Pinto


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